Celestino Gaspari,
alchimista ed enologo

“Il vino è frutto della vite e del lavoro dell’uomo”
(dalla Liturgia cattolica)

Metà pomeriggio alcuni giorni dopo la festa di San Martino.

La pioggia incessante della mattinata ha lasciato spazio ad un sole trionfante già basso oramai sulla linea dell’orizzonte. Sopra pensiero lascio sulla sinistra l’Azienda Agricola Zymè sede prescelta per l’incontro con Celestino e sono costretto a cercare uno slargo dove fare inversione di marcia.
Appena superata una leggera incurvatura della strada,
vengo inondato da una cascata di luce dorata come quella sprigionata dal metallo fuso di un altoforno…

 

Davanti a me si para maestosa la pieve di San Floriano. Il bagliore si sprigiona dalle pietre di arenaria della facciata che, come tutte le facciate delle chiese romaniche, è stata sapientemente posizionata ad Ovest per fare in modo che il sorgere del sole nel suo crescere mattutino “ferisca” l’abside… Il luogo dell’incontro tra il divino e l’umano.

Ritrovata la strada, scendo della macchina… Mi si ripresenta lo stesso bagliore promanato dalla pieve questa volta infuso dalle grosse pietre squadrate dello stesso materiale che sorreggono gli uffici commerciali dell’azienda agricola; a mitigare l’impatto luminoso, solo degli degli alti cipressi dagli strobili luccicanti di resina e dei bassi cespugli di pavera ancora stranamente fioriti.

Celestino mi accoglie nel suo ufficio mentre sta’ rispondendo al telefono e questo mi da la possibilità di “annusare” l’ambiente cosa che mi piace sempre fare… L’odore del vino e delle botti della tinaia, che scoprirò più tardi si trova a quasi venti metri più sotto, si percepisce forte e penetrante come uscisse da un pentolone messo a bollire sul fuoco.

Ci scambiamo i classici primi convenevoli dai quali scopro che ha qualche anno più di me ma che come me ha tre figlie delle quali va fierissimo. Mi piace Celestino ha gli occhi svelti come quelli di un gatto e lo sguardo penetrante di uno che ha tante cose da raccontare.

“Quanta storia c’è in un tuo bicchiere di vino?” gli chiedo…

Io intendevo la “storia” quella in “generale” di questi luoghi e di questo territorio mentre lui inizia a parlarmi della sua “storia” e di quella della sua vita ma va benissimo così!

Enologo per diciasette anni, contribuisce con la sua opera a fondare diverse aziende tutte di successo mescolando sapientemente agli acini pigiati tanta esperienza, buoni principi e la migliore qualità possibile della vigna.

Dal 1999 si rimbocca non solo le maniche ma soprattutto le “brache” infilando i suoi piedi nei tini per “mostare” finalmente i suoi vini; come in tutte le belle storie di lavoro e di passione, trasforma il “classico” garage all’americana in un “chateux garage” dove sperimentare, sbagliare, correggere, riprovare…

Come un moderno alchimista chiuso nella sua “oficina” alle prese con gli alambicchi posti a riscaldare sull’atanor, va spasmodicamente alla ricerca della pietra filosofale per trasformare ciò che in apparenza è “vile” in un qualcosa di estremamente prezioso…

Gli racconto dell’apparizione improvvisa della pieve e gli chiedo quanta cultura, tradizione, passione, terra, cielo, fuoco, aria ci siano nel suo lavoro.

Non so se l’abbia fatto apposta, ma anziché rispondere alla mia domanda, questa volta comincia a parlarmi della “cava” nella quale è stata ricavata la cantina Zymé e della pietra arenaria che dalla cava veniva estratta… Anche in questo caso è meglio così!

La cava è antichissima, se con tutta probabilità era stata già utilizzata dai Romani che qui in queste vallate ubertose avevano tracciato vie, tratturi e fondato diversi pagi e poderi.

Celestino mi dice che con l’arenaria scavata è stata riedificata non solo la pieve di San Floriano ma anche molte altre costruzioni tra cui Villa Santa Sofia, il portale della chiesa di Negrar e diverse altre dimore e cantine che si trovano lì attorno…

Mi parla di una casa molto antica costruita in arenaria che domina una collina tutta ricoperta di vigne, cipressi e sinuosi pini marittimi… Al suo posto sorgeva un misterioso tempio pagano dedicato alla dea Flora, da cui sarebbe stato tolto addirittura il toponimo dato al paese di oggi.

La pieve di San Floriano, da queste parti, è una presenza rassicurante… Edificata dalla fede semplice e tenace degli abitanti di queste terre, sta’ lì da secoli a rassicurare il viandante e il pellegrino… Oggi l’automobilista distratto.

Alla base degli archetti che ne ornano la facciata, gli Antichi, hanno posto due cippi sepolcrali romani quasi a certificare in eterno la supremazia del messaggio evangelico su quello pagano…

Ma non solo. La pieve ha mutato la triste necropoli “città dei morti” in un luogo di attesa, riposo e speranza: il coemeterium.

Qualcosa di Celestino ancora mi sfugge… Cerco con lo sguardo rivolto alle suppellettili che ingombrano il suo ufficio, un appiglio per rivolgergli l’ultima domanda.

Gli occhi si posano su un’artistica etichetta che abbraccia le decine e decine di bottiglie che troneggiano tutt’intorno… “Kairos” non è un termine italiano è una parola greca… Così come quel “Zymè” che da il nome a tutta la cantina. Lo sguardo dell’”alchimista” si illumina.

“Zymè è il lievito…” mi spiega entusiasmandosi “Ed è la forza vitale che trasforma la materia! Kairos è il tempo qualitativo, il momento opportuno, l’attimo supremo… I Greci ne hanno fatto una divinità e l’hanno rappresentato come un giovane dai piedi alati e dal ciuffo lunghissimo di capelli…”.

La fortuna quando bussa alla tua porta devi coglierla e farla entrare…

Poi parliamo di Arlecchino o meglio di “Harlequin” il vino che ancora oggi è prodotto nella sua cantina e che rappresenta la quintessenza della filosofia vinicola di Zymè e di Celestino…

Per tutto il tempo della nostra chiacchierata il cellulare di Celestino non ha mai smesso di trillare e molti volti di persone si sono affacciati all’uscio dell’ufficio alla ricerca della sua attenzione…

Molto cortesemente Celestino li ha sempre “zittiti” tutti.

All’ultimo assalto però è capitolato. Lo ha fatto dinnanzi all’abbraccio affettuoso di un suo nipotino venuto a salutarlo accompagnato dalla mamma e da un bellissimo hasky dal pelo color cenere.

Ci salutiamo cordialmente e nel farlo mi accorgo che in più di un’ora di incontro non abbiamo mai parlato del vino anzi del “suo vino”…

O forse non abbiamo fatto nient’altro.

Italo Martinelli

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